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Avventure di una mamma blogger


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Pralines per il Redone di Aprile

La cucina afro americana è tante cose.

Conoscerla e promuoverla non solo è un arricchimento personale, ma è uno stile di rapportarsi.

A chi? A cosa?

Ad un passato che per molto tempo la volontà di pochi ha voluto che fosse cancellato. Ad una cultura che invece, a dispetto di tutto e tutti, ha avuto la capacità di ricomporsi, dopo un’eradicazione coatta e cruenta, e sappiamo tutti di cosa si sta parlando. Queste “caramelle dei tempi di magra” sono un dolce emblematico, la ricetta è stata raccolta dopo uno studio appassionato di due secoli di eredità, dall’autrice Toni Tipton-Martin, probabilmente perché, senza queste candies sarebbe mancata la voce di qualcuno di prezioso, che oggi invece risuona per le strade di New Orleans come le note di una musica gioiosa, allegra, ricca di vita. Per tutti questi motivi partecipo al Redone di Aprile con questa chicca!

Di chiaro gusto francese, queste piccole pralines di noci pecan saranno la vostra rovina e la vostra salvezza, come lo sono state per me, che ho voluto e dovuto prepararle due volte, perché le prime non sono arrivate alla foto (e infatti queste in foto sono fatte con le più comuni noci, perché non avevo più pecan!)

Non è il primo appuntamento con questa cucina. Se volete approfondire il discorso, qui trovate un piatto tipico di un altro rivolo afro americano, ma oggi propongo praline per tutti!

PRALINES (traduzione di Stefania Orlando)

ricetta tratta da Jubilee di Toni Tipton-Martin

Ingredienti per circa due dozzine

300 g di brown sugar
300 g di zucchero semolato
3 cucchiai di melassa (o dark corn syrup)
250 ml di panna fresca da montare o latte intero
80 g di burro
250 g di noci pecan tostate e spezzettate grossolanamente
un cucchiaino di estratto di vaniglia
un pizzico di sale

  • Foderare una teglia con carta forno e lasciare da parte.
  • In un pentolino a fondo spesso mettere i due tipi di zucchero, la melassa e la panna (per me latte) e porre su fuoco medio/alto, mescolando finché lo zucchero si scioglie.
  • Portare a bollore e far cuocere per circa 5 minuti finché il composto addensa un po’ ed una goccia fatta cadere da un cucchiaio in una ciotola di acqua fredda si addensa subito in una pallina morbida (io ho usato un termometro da cucina, il composto deve arrivare a 116 gradi Celsius).
  • Fare molta attenzione in questa fase perché lo zucchero a queste temperature può provocare ustioni molto serie.
  • Togliere da fuoco e immediatamente unire le noci pecan, il burro, il sale e la vaniglia.
  • Mescolare vigorosamente con un cucchiaio di legno per almeno due o tre minuti, finché il composto prende consistenza.
  • Lavorando con una certa velocità versare cucchiaiate colme di composto sulla teglia preparata.
  • Far riposare finché le praline saranno completamente fredde.
  • Conservare in un contenitore ermetico.

NOTE MIE

La ricetta è perfetta, ma bisogna aver manovrato lo zucchero almeno una volta nella vita, prima di accingersi a sperimentare. Occorre più del tempo indicato, in effetti e se non avessi avuto il termometro da cucina, forse avrei rischiato di bruciare la melassa, fondamentale secondo me.

Per motivi tecnici (la foto) ho rifatto due volte la ricetta, usando le comuni noci, ma non danno quello stesso aroma delle pecan tostate! La differenza c’è e qualcuno doveva pure verificarlo, o no?

Voi potreste comprare il doppio di noci pecan, così, volendo ripetere, sarete in vantaggio, mentre il resto degli ingredienti è più reperibile, anche se la melassa (venduta in vasetti da almeno 300 g) l’ho trovata in un negozio ad hoc e non al super.

Non ultimo, queste praline sono gluten free. Vi occorre sapere altro per scatenarvi?

LA RICETTA E’ PROMOSSA


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Molotov pudding per il Redone di Marzo e dintorni

E’ domenica mattina, si parla del Festival di San Remo appena concluso. Un’edizione storica, senza il pubblico in sala, che probabilmente ha restituito alla musica il ruolo di Protagonista che merita. Lungi dal voler fare di questo post una replica delle repliche del Festival, vi dico subito che anche oggi, su questi “schermi”, si parla di ricette, in particolare quelle già testate negli scorsi Starbooks, e più precisamente quella che vi propongo oggi per il REDONE di Marzo, il MOLOTOV PUDDING tratto da Lisbon di Rebecca Seal.

Domani sarà la Festa della Donna, una ricorrenza irrinunciabile per ciò che storicamente rappresenta, ma di cui personalmente farei volentieri a meno, convinta del fatto che non abbiamo bisogno, in quanto donne, di una festa che lo ricordi.

Questo pudding, nato per ricordare una battaglia (Malakoff) durante la Guerra di Crimea, cambiò nome durante un’altra guerra, in Molotov, probabilmente dal nome di un politico. A me questo nome,invece, ricorda l’ordigno incendiario usato nelle guerriglie di piazza…

Ma in realtà l’unica nota esplosiva in questo pudding è la dolcezza, quella che dovrebbe straripare da tutte le donne, insieme ad una buona dose di determinazione e ironia. Retrogusto vaniglia e caramello completano la bontà e la consistenza, resa anche croccante dalle mandorle in lamelle, tostate.

Così è la donna che vorrei essere, o che sono già, leggera al punto giusto, ma anche determinata, auto ironica e dolce.

Il resto è …contorno.

MOLOTOV PUDDING

per 6 porzioni

(traduzione di Stefania Orlando)

  • olio neutro, per ungere gli stampini
  • 4 uova fresche a temperatura ambiente
  • un pizzico di sale
  • 4 cucchiai di zucchero superfino (tipo Zefiro)
  • mezzo cucchiaino di estratto di vaniglia
  • 3 cucchiai di mandorle a lamelle per servire
  • 100 g di zucchero superfino per il caramello

Usando l’olio scelto ed un pezzo di carta da cucina ungere sei stampini da circa 150 ml di capacità.
Preriscaldare il forno a 180 gradi e mettere dell’acqua a bollire.
Montare gli albumi con il sale fino allo stadio soft peaks, ovvero formeranno delle onde morbide. Unire quindi i 4 cucchiai di zucchero a poco a poco, sempre montando, ed infine la vaniglia.
Gli albumi dovranno risultare lucidi e ben montati.
Usando un cucchiaino dividere la meringa tra gli stampini preparati, usandolo per pressare il composto con delicatezza in modo che raggiunga ogni angolo.
Livellare la superficie e battere gentilmente gli stampini sul piano da cucina per eliminare eventuali bolle d’aria.
Mettere gli stampini in una teglia e versare nella teglia dell’acqua bollente in modo che raggiunga circa metà altezza degli stampini stessi.
Infornare e cuocere 12 minuti, tempo durante il quale i dolci si gonfieranno e coloriranno un poco ma si sgonfieranno appena li toglierete dal forno.
Togliere gli stampini dal bagnomaria e far raffreddare i dolci completamente prima di sformarli invertendoli sui piatti da portata.
Tostare le mandorle su fuoco basso e lasciare da parte.
Per il caramello, mettere i 100 g di zucchero in un pentolino con 100 ml di acqua e farli bollire a  fuoco alto. Dopo un po’ lo sciroppo comincerà a cambiare colore, e qui va guardato a vista (watch it like a hawk, come un falco!) e tolto dal fuoco quando ancora dorato e non troppo scuro, altrimenti risulterà amaro.
Dopo un paio di minuti controllare la consistenza, se sarà troppo sodo per poter essere versato sui dolci basta aggiungere dell’acqua, un cucchiaio alla volta, fino alla giusta consistenza.
Fare attenzione perchè il caramello schizzerà un poco all’aggiunta dell’acqua.

P R O M O S S A CON L O D E

NOTE MIE

Mi sono innamorata di questi pudding, di una semplicità imbarazzante, ma di sicuro effetto!

La cosa più difficile è sicuramente il caramello. L’ho rifatto due volte. Il segreto è non perdere la pazienza!

Il sale nella meringa in effetti chi lo usa più? Però, però, però…fate come fa Rebecca, mettetelo pure voi.

Se la vostra unica preoccupazione è come tirarli fuori dagli stampini, state calmi: vengono fuori da soli.

Io ne ho ottenuto uno in meno, cinque. Eppure ho usato esattamente le quantità indicate, riempendo gli stampini fino all’orlo.

Consigliati a fine cena, serviti freddi e accompagnati anche, semplicemente, con una mousse al cioccolato.


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White Russian Cake senza glutine per il Viaggio dei Sapori ovvero il caffè come non l’hai visto mai

«Il caffè arriva che sembra evaporare in una nuvola scura. Non ci aggiungo lo zucchero, per paura di alterarlo o forse perché, per abitudine, ormai lo preferisco così. Il sapore è lo stesso, perfetto: sembra quasi essersi conservato negli anni come per una formula algebrica che esplica una funzione. Con un gusto deciso, lievemente amaro ma senza nauseare. Mia madre non ha perso la mano e continua a non svelare il suo trucco. Se le chiedi il segreto, si limita a rispondere che «c’ha solo fatto la mano». E sulle quantità, «non troppo, non poco, ma il giusto» come se esistesse in natura un metro unanime per stabilirlo.Provo a chiederle come vanno le cose. Sorride ancora.«Le cose son cose. Come vuoi che vadano?».Non c’è possibilità di spuntarla col suo fatalismo casalingo».

(da I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore di Mauro Bortone)

Questa torta è stata una delle più belle scoperte ai tempi della collaborazione con il Keep calm di MTChallenge e l’ho fatta mia, rielaborandola per le esigenze di casa. E’ stato un attimo riportarla in cima alla lista in occasione del Viaggio dei sapori di questo mese e non potevo non scegliere il caffè!!! Anzi, in apertura ho scelto proprio un brano da un libro che è stato una scoperta estiva, ma di quelle che porti con te nel cuore, nel lato sinistro. Leggetelo e magari accompagnate la lettura con una fetta di questa torta! Mi ringrazierete.

Torta white Russian – una versione gluten free.

9/12 porzioni

Tempo di preparazione circa 45 minuti. Cottura in forno 30/35 minuti

Una classica preparazione dell’America Centro –settentrionale unita al gusto del cocktail white russian; una meravigliosa ricetta da aggiungere al vostro repertorio serale, ma in versione gluten free.

Ingredienti

Olio di semi di girasole o burro per ungere la teglia

4 uova medie

125 g di zucchero scuro di canna

100 g di burro non salato, fuso

100 g di farina di riso

Chicchi di caffé per decorare

Cacao in polvere per guarnire

Per lo sciroppo

170 g di latte deidratato (una lattina)*

150 ml di latte condensato

180 ml di latte intero

30 ml di vodka

70 ml di Kahlùa o altro liquore al caffé

200 ml di panna fresca liquida non zuccherata

Scaldate il forno a 180°C. Imburrate oppure ungete con olio di semi uno stampo per torte quadrato da 20 cm e ricoprite il fondo con carta da forno. Prendete le uova e separate albumi e tuorli. Tenete da parte i tuorli e lavorate gli albumi con lo zucchero per almeno 4-5 minuti. Successivamente, aggiungete i tuorli e poi il burro fuso. Alla fine aggiungete la farina, con un pizzico di sale, facendo attenzione a non sgonfiare l’impasto. Versate il composto nello stampo e infornate per almeno mezz’ora. Verificate la cottura e togliete dal forno.

Unite tutti gli ingredienti per lo sciroppo, tranne la panna, che terrete da parte. Mentre la torta è ancora tiepida, senza toglierla dallo stampo, bucherellatela con uno stuzzicadenti sull’inera superficie. Spalmate metà dello sciroppo lentamente al di sopra,lasciandolo infondere prima di ripetere l’operazione (conservate lo sciroppo rimanente in frigo). Fate raffreddare del tutto la torta nello stampo, poi coprite con della carta pellicola e fate riposare almeno per un’ora oppure tutta la notte. Al momento di servire, mescolate nuovamente lo sciroppo raffreddato con la panna e suddividetelo in piatti fondi o ciotole. Togliete la torta dallo stampo e tagliatela a quadri, posizionate le fette sullo sciroppo cremoso. Cospargete di chicchi di caffé e spolverate con polvere di cacao. Servite velocemente.

*per preparare in casa il latte deidratato, partite da 100 g di latte in polvere e ricostituitelo con un bicchiere d’acqua (250 ml), mescolando bene per qualche minuto in un frullatore elettrico fino a quando non si sarà disciolto del tutto.


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Cuor di formaggio per il viaggio dei sapori di Ottobre

Parliamo di maledizioni?

Ovviamente quelle benevole…

Ad esempio, quella così curiosa, e per certi versi difficile da capire, che Gogol attribuisce ad un protagonista di uno dei suoi romanzi, ed è questa: “Che ti possa mancare la vodka quando ti svegli al mattino!” Se, per un russo non è maledizione questa, cioè l’impossibilità di riprendersi dall’ultima sbornia, con un meccanismo chiodo-scaccia-chiodo…

Ma lasciando da parte la letteratura russa ed il consumo di alcolici, visto che sono astemia e ve l’ho detto un sacco di volte, direi che una maledizione un po’ più alla mia portata sarebbe quella di rimanere senza marmellata di fichi durante l’inverno. E per voi quale sarebbe la sciagura gastronomica più dura da sopportare?

La ricetta di oggi è perciò scaramantica -e buonissima- e l’ho realizzata per il Viaggio dei Sapori di Ottobre per AIFB, scegliendo di abbinare ad un ripieno a base di provolone, delle noci, che, poi, si sa, stanno anche bene coi fichi. In particolare, marmellata di fichi salentini, fatta in casa per l’inverno.

Il tutto è avvolto in un sottile “guscio” di pane fritto, senza lievito e senza glutine.

Cuor di formaggio, noci e marmellata di fichi

150 ml di kefir bianco

200 g di mix di farina senza glutine per pane

8-10 cucchiaini di marmellata di fichi

100 g di provolone dolce

8-10 gherigli di noci

olio di semi per friggere

zucchero a velo

1.Versate il kefir e la farina in una planetaria e azionate per qualche minuto, fino ad ottenere un impasto omogeneo che deve riposare un quarto d’ora. Nel frattempo, pulite le noci, affettate il formaggio a cubetti.

2.Su un piano di lavoro stendete l’impasto di pane il più sottile possibile, aiutandovi con della carta pellicola o carta forno, perché, essendo senza glutine, tenderà ad appiccicarsi o spezzarsi.

3.Formate dieci pezzi e riempiteli con un cucchiaino di marmellata, un gheriglio di noce e qualche cubetto di provolone. Richiudetelo su se stesso e con un taglia biscotti, ottenete la forma circolare, ripassando con le dita le estremità per sigillarle ed evitare che si aprano in cottura.

4.Friggete per pochi minuti da un lato e dall’altro. Servire caldi e spolverare con dello zucchero a velo.


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Cuor di sorbetto alle more e ibisco, tra mito e parole

Anche le more stanno per finire, un po’ per gli incendii un po’ perché non sempre mi ricordo di andare a raccoglierle e c’è chi ci pensa al posto mio…queste di oggi me le ha regalate un’amica, Barbara, un tipo deciso, coi capelli scuri come il carbone, anzi, proprio come queste more.

Cosa sarebbe la vita senza gli amici? O senza le more? Poi c’è anche il detto secondo cui “agli uomini piacciono le bionde, ma sposano le more” ma questo è ancora tutto da dimostrare, esattamente come la ricetta di oggi: un sorbetto che toglie il fiato, un “cuor” di sorbetto, appunto.

Vi piace la parola “cuore”? Quante volte al giorno la pronunciate? E per quali motivi? Come ha scritto qualcuno, nella vita ordinaria alcune parole ci passano davanti come se fossero avvolte in un involucro*. Tranne, forse -secondo me- la parola “cuore”, proprio perché esso è l’involucro, è l’imballaggio di tutto noi stessi. La parola cuore, più che pronunciarla, bisogna viverla, bisogna ricordarsi ogni tanto di essere vivi, di sentir pulsare il nostro cuore e ascoltarne i battiti, o ascoltare i battiti del cuore di chi ci sta accanto.

Questo cuor di sorbetto alle more di rovo e ibisco ricorda davvero un cuore, me ne sono accorta stamattina, quando ancora un po’ addormentata, l’ho tirato fuori dal freezer per fotografarlo. Dopo aver organizzato un piccolo set con una ciotolina che soddisfaceva le mie poche pretese in fatto di palette di colori, il suo colore così vivo e la sua forma così tonda, con la sua consistenza così densa, mi hanno ricordato proprio un cuore…da lì, pensare al mito di Dioniso è stato un attimo, reduce qual ero da una lezione di scrittura creativa sugli specchi e sui miti greci.

Si narra da qualche parte che quando i Titani trovarono il piccolo Dioniso ancora in fasce, prima di smembrarlo, gli regalarono dei giochi, tra cui uno specchio (convesso), che catalizzò l’attenzione del bambino, ancora ignaro del destino cui era stato consegnato. Ecco, ho un compito da svolgere per la prossima lezione: guardare in quello specchio e, in qualche modo, descrivere cosa ci ha visto Dioniso.

Sinceramente, non so da dove iniziare, ma intanto ho fatto questo sorbetto, a pranzo lo mangerò.

Qui lo vedete fotografato davanti uno specchio, e ora capirete il perché di un “cuore” allo specchio…narra il mito che i Titani smembrarono il corpicino di Dioniso e ne fecero uno spezzatino, ma il cuore fu dimenticato..restò integro. Qualcuno lo colse, e da lì rinacque Dioniso, per la seconda volta.

Eccovi spiegato il cuore e lo specchio.

Con questa ricetta partecipo al simpatico contest di Aifb #ilviaggiodeisapori e vi ricordo che le more non ingrassano, hanno un elevato contenuto in Potassio e tanto fosforo.

Cuor di sorbetto alle more di rovo e ibisco

Ingredienti per 2

1 cucchiaio di infuso di ibisco e frutti rossi

125 ml di acqua

175 g di more di rovo

100 g di zucchero semolato

un colino

un frullino

Preparate un infuso di ibisco e frutti rossi, filtrate e lasciate raffreddare. Versate nuovamente nel pentolino l’infuso, dopo averlo filtrato e aggiungete lo zucchero. Mentre lo zucchero si dissolve sul fuoco, frullate le vostre more, dopo averle ben lavate.

Versate la purea di more nello sciroppo di ibisco e fate sobbollire per altri tre o quattro minuti. Togliete dal fuoco e filtrate di nuovo, per togliere tutti i semini. Potete usare il colino, o al limite una garza di nylon.

Prima di mettere in freezer, il composto deve esser lasciato raffreddare a temperatura ambiente.

Tenete in congelatore tutta la notte. Sporzionate e servite.

*Paolo Nori, I russi sono matti, pagg.40-41.


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Jansson’s temptation per la nuova edizione dello Starbook Redone e qualche consiglio di lettura

A detta dell’autore di Salt is essential, questo piatto, dal nome svedese, ne ricorda uno francese, il gratin del Delfinato, con la differenza che qui trovate le acciughe! (beh….i “delfini” non si mangiano). L’ingrediente prevalente è comunque rappresentato dalle patate.

E’ un piatto ideale per le prime serate autunnali che si preannunciano in questi giorni e lo scelgo per la ripresa del Redone 2020 .

Invece sull’identità del nome Jansson la ricerca è aperta. Volete partecipare anche voi? Sembra quasi di sentire don Abbondio chiedersi innocentemente “Carneade, chi è costui?” -è vero, si tratta solo di un nome dato ad una ricetta a base di patate, ma ricordo che anni fa, io stessa suscitai scalpore chiamando una torta al vino (e miele) la “torta di Dalila“, e meno male che ne avevo suggerito le motivazioni…

Il nome, dicevo, è importante. Lo è anche nei romanzi. In alcune interviste, raccolte nel volume “Per scrivere bene imparate a nuotare“, Giuseppe Pontiggia parla spesso dei nomi attribuiti dagli scrittori ai personaggi dei loro romanzi e di alcune scelte ben riuscite e di altre che si sono rivelate più fallimentari. Un esempio per tutti lo prende in prestito dall’Ulisse di Joyce: si tratta di Buck Mulligan, un nome ed un cognome che <<ha una sua forza elementare -sostiene Pontiggia- una sua semplicità potente, che non solo accettiamo senza resistenza, ma che si imprime nella memoria.>>

E il vostro nome è mai comparso in un romanzo? Il mio in più di uno, a cominciare da Delitto e Castigo, che avrete letto tutti. Ma la sorpresa è stata ritrovarlo in uno dei cinque monologhi inseriti nel recente racconto di un giovane autore salentino, Mauro Bortone, dal titolo I Sinistri, edizioni Augh!consigliatissimo. Potreste trovarci anche il vostro di nome, insieme al vostro lato sinistro, ma questa è un’altra storia.

Jansson’s Temptation

da Salt is Essential

di Shaun Hill

1,2 kg di patate pulite e tagliate a fiammifero

1 cipolla

12 filetti di acciughe

400 ml di latte ( o brodo) caldo

1 litro di double cream (panna molto grassa)

  1. Preriscaldate il forno a 180°C
  2. Condite le patate, poi mescolatele in una ciotola con la cipolla e le acciughe. Versatele dentro una pirofila da forno e ricopritele con il latte (o del brodo) caldo, insieme alla panna.
  3. Ricoprite con un foglio di alluminio e fate cuocere circa 1 ora e 1/2
  4. Rimuovete il foglio, infornate nuovamente e continuate a cuocere fino ad ottenere la croccantezza
  5. Lasciate riposare 10 minuti prima di servire.

Note mie

C’è ben poco da eccepire quando la firma è di Shaun Hill. Voi sapete che questo libro lo amo, ho vinto anche uno Starbook Redone con una sua ricetta, e questo dimostra solo che quando Shaun entra in cucina con te, sarà un successo.

Nello specifico, non avevo mai preparato nulla del genere, per quanto, alla fine, semplice ma di sostanza, come le cose che piacciono a me.

Le acciughe qui sono l’elemento salino da calibrare bene. Nell’introduzione alla ricetta originale vengono suggerite le silvery, o meglio ancora le spagnole. Forse più che indicarne il numero ne avrei indicato il peso, ma penso che si riferisca ad un packaging particolare diffuso nei paesi anglosassoni, tipo confezione da dodici. Le patate sono quelle belle grandi, che si conservano a lungo. Io ho utilizzato varietà Nicola, pasta gialla.

La ricetta è ovviamente

P R O M O S S A


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“Questanottedame” remix al mascarpone

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“Questanottedame” è la ricetta di Anna Maria Pellegrino che mi ha fatto decidere di rimanere su questi schermi, e approfondire come nasca una ricetta.

La mia versione, più easy e green, nasce dalla creatività di questi ultimi giorni e vuol essere solo un simpatico segno di riconoscenza ad una donna che continua ad ispirarmi.

Uno zabaione salato al mascarpone, che potrete gustare su foglie di lattuga, alla maniera dei futuristi, senza le stoviglie e senza ungervi neppure troppo le mani.

È solo uno snack proteico, un abbraccio salino, non vi ammazzerà il giro-vita!

Ve lo suggerisco come spuntino notturno, se c’è una luce che vi tenga ancora svegli (potrebbe esser la luce interna del frigorifero o quella interiore di qualcuno dall’altra parte dell’universo che si gioca il momento più rilassante della giornata, passando a salutarvi).

Se rientro nelle scadenze, vorrei partecipare anche al Contest #tiramisùworldcup su IG @tiramisuworldcup che ringrazio per la bella occasione.

Forse una ricetta nasce così, dalle occasioni che acchiappiamo al volo.

Fosse lo stesso pure per gli amori …

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Per due persone

  • 3 tuorli d’uovo
  • 50 g di mascarpone
  • 10 ml di succo d’arancia
  • 30 ml di vino bianco fermo
  • foglie di lattuga (i cuori)
  • capperi in salamoia
  • 1 goccia di salsa di soia
  • paprika dolce per spolverare (facoltativo)
  • sale qb

 

  1. In una pentola scaldate un po’ di acqua, appoggiate una bastardella o una ciotola e montate i tuorli con la frusta e con un pizzico di sale, a fuoco molto basso e facendo attenzione che l’acqua non arrivi al bollore.
  2. Unire il mascarpone, continuando a montare i tuorli e una volta assorbito unire i liquidi a filo, con le gocce di salsa di soia, continuando a montare energicamente fino a quando la crema comincerà ad addensarsi. Potreste velocizzare con un cucchiaino di amido di mais).
  3. Servite con foglie di lattuga, capperi e paprika dolce in polvere.


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I miei panini senza glutine per il contest Il pane nell’arte

Sono da poco un socio Aifb.

Conoscevo l’Associazione da quando ha iniziato a muovere i primi passi e speravo di poter un giorno contribuire alla mission di raccontare il cibo insieme.

Con questo spirito partecipo al contest fotografico “Il pane nell’arte”, anche se non ho la stoffa del fotografo, ma il pane non mi lascia indifferente, perché è l’alimento cardine in tutte le culture e la sua storia è infinita, si perde nella notte dei tempi.

Traggo da un romanzo sociale degli anni ’70 un interrogativo che faccio mio…

La farina! Masa sapeva bene quel che è la farina e quanto le costasse; la farina che le si attaccava alle dita, chiusa nella madia con un rispetto quasi fanatico. (…) La farina era lei stessa e tutta la sua famiglia. E Giacco diceva: –Non siamo fatti di pane anche noi?1

Selezione di opere tra cui scegliere:

1- La Lattaia di Verneer (olio su tela 1658-1660).
2- Cestino di Pane di Dalì (olio su tavola 1945).
3- Achrome, 1962 c., panini e caolino, 31 × 31 cm di Piero Manzoni
4- Il pane e le uova di Cézanne (olio su tela 1865).
5- Bread in Hands, collezione “Il pane della Misericordia” di Safet Zec (tempera su tela 2016)
6- Ragazzo con cesta di pane e dolciumi di Evaristo Baschenis (olio su tela 1655-65)

Ai fini del contest scelgo di rappresentare un particolare dell’opera di Piero Manzoni,  Achrome, 1962 c., panini e caolino, 31 × 31 cm di Piero Manzoni, che è inserita in una serie di opere note come Achromes: “Inizialmente l’Achrome è una superficie bianca di gesso o di caolino che non manifesta alcun significato, né esibisce una manipolazione della materia (…) uno spazio totale, aperto ad infiniti significati possibili, infinita riproduzione della propria realtà tautologica.”2

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credit © Fondazione Piero Manzoni, Milano

 

La scelta è caduta su quest’opera perché effettivamente non è il solito modo di rappresentare il pane, privo del suo colore naturale e con forme poco accattivanti.

E’ proprio il caso dei panini senza glutine, che preparo per mio figlio …per qualcuno il pane senza glutine non è pane. Forse avrà ragione, non è pane, è un farmaco. E’ l’unico modo che abbiamo, ad oggi, per curare questa subdola malattia autoimmune che aggredisce il suo stesso sistema immunitario, però noi lo chiamiamo pane 😉

“Non siamo fatti di pane anche noi?”

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Panini all’olio senza glutine

Per 8-10 panini piccoli

200 g di mix B di farina per pane senza glutine Schär

75 g di farina di riso

200 ml di acqua

3 g di lievito di birra liofilizzato

1 cucchiaino di sale fino

20 g di olio di semi

1 tazzina d’acqua per sciogliere il lievito

farina di riso per il piano di lavoro

 

Lavorate qualche minuto l’impasto con tutti gli ingredienti in una planetaria, aggiungendo il lievito per ultimo e non superando i 6 minuti. Fate riposare 1 ora e 30’.

Le preparazioni senza glutine, in realtà, lievitano ben poco, perciò allungare i tempi non aiuta il processo.

Versate l’impasto appiccicaticcio su una spianatoia ben cosparsa di farina di riso e suddividerlo in otto o dieci parti uguali. Dare la forma desiderata. In questo caso arrotondata e segnata in superficie come una rosetta.

Infornare a 200 °C per 25-30 minuti.

Si ottengono dei panini molto croccanti fuori e morbidi dentro, da consumare in giornata oppure surgelare.

1   F.Tozzi, Con gli occhi chiusi, Milano 1979, pp.14-15

2   www.pieromanzoni.org

 

 

 

 

 

 


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SPICY CHOCOLATE FRIANDS per il Redone di marzo

Come si sceglie una ricetta per il Redone?

Ho vinto tre volte e ancora non lo so.

Ma è un po’ come innamorarsi …

Ti prende di pancia,

ti fa girar la testa,

vai in fissa e alla fine ti butti!

E’ successo così con questi financier all’uvetta,

che chiameremo friands.

Lo stampo originale li faceva rassomigliare un po’ ai lingotti d’oro,

rettangolari come erano, da cui il nome,

a significare -forse- che si può esser ricchi

con molto meno di un lingotto!

Aggiungete questa canzone di Edith Piaf

mon manège a moi

e buon appetito!

SPICY CHOCOLATE FRIANDS da Lateral Cooking di Niki Segnit

 

Dosi per circa 10/12 tortini 

Traduzione a cura di Patrizia Malomo

Ingredienti
100 g di mandorle tritate
50 g di farina 00*
150 g di zucchero a velo setacciato
120 g di burro fuso
4 albumi a temperatura ambiente
75 g di cioccolato fondente al 70% grattugiato grossolanamente
25 g di uva passa
2,5 g di cannella in polvere (1 cucchiaino)
2,5 g di cacao amaro
2,5 g di pimento
2,5 g di zenzero
2,5 g di noce moscata appena grattugiata
1 g di sale
Scorze finemente grattugiate di 1 limone ed 1 arancia non trattati
2,5 ml di estratto di vaniglia (1 cucchiaino)
Brandy q.b.

Coprite l’uvetta con il brandy o rum (io ho usato Vecchia Romagna) e fatela ammollare per qualche ora o tutta la notte.

In una ciotola capiente mescolate le mandorle tritate, la farina, lo zucchero a velo, tutte le spezie ed il sale, le scorze grattugiate e l’estratto di vaniglia

In un’altra ciotola montate a neve gli albumi ed incorporateli nel mix di mandorle. Aggiungete il burro fuso e raffreddato, il cioccolato fondente e l’uva passa strizzata. Mescolate con cura.

Versate il composto in 10/12 stampini imburrati e fate cuocere a 180° per c.ca 15/20 minuti.

Quando i dolcetti si saranno raffreddati ricopriteli con una glassa fatta con 75 g di zucchero a velo e 10 ml di succo di limone. Decorate con scorzette miste.

 

*Per la mia versione gluten free ho utilizzato farina senza glutine!

Note mie

– Può sembrare un lavoro certosino, ma avendo cura di predisporre gli ingredienti necessari, basterà solo assemblarli e riempire gli stampi;

– Attenzione alle quantità! Ci sono molti ingredienti ma in piccole dosi. Pensate cosa potrebbe succedere spostando una virgola? Lo so, perché stavo per versare 25 g di cacao, ma, occhio, ne bastano 2,5!!!!

-Il resto, va da sè! Questo libro sarà mio!!Appena le finanze lo permetteranno 😉

La ricetta è PROMOSSA a pieni voti!

Con questa ricetta partecipo al Redone di Marzo 2020


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BLUE CHEESE AND SESAME BISCUITS per il Redone di Febbraio

Febbraio è il mio mese! Ci sono nata, perciò meglio amarlo e farsene da subito una ragione del fatto che le feste di compleanno d’inverno, anche NO. Ad ogni modo, mancano ancora dieci giorni, invece il Redone inizia oggi, e voglio partecipare subito. Dopo la sonora bocciatura dell’ultimo libro recensito, ho optato per una ricetta di uno dei libri di cui mi “fido” di più ed è Salt is essential di S. Hill.

Nel caso mi abbiate vista su IG, sono stata alle prese con una dieta, la prima in assoluto pensata per me stessa, e non per gli altri. Ho rispolverato un vecchissimo vademecum di Pierre Dukan (si, proprio lui) e sono riuscita a rientrare negli abiti di qualche taglia fa. Ve ne parlo solo perché c’è una chicca di Dukan che riguarda l’ingrediente di oggi, ovvero il blue cheese, nella fattispecie,il Gorgonzola! Ebbene, il nostro dr Pierre lo utilizza nell’insalata, al posto delle olive, sottolineando il fatto che apportano entrambi lo stesso effetto, tant’è che se Parigi valse bene una messa, un cucchiaino di gorgonzola sarà deleterio non meno di un’oliva! Ma ora abbandoniamo la dieta e tuffiamoci in questi biscottini.

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BLUE CHEESE AND SESAME BISCUITS
per 20 pezzi circa trad. a cura di Stefania Orlando
100 g di burro non salato a cubetti
100 g di formaggio tipo Gorgonzola, Roquefort, Stilton, sbriciolato
100 g di farina autolievitante
50 g di semi di sesamo

Nel robot da cucina mettere la farina e il burro freddo a pezzi. Far andare le lame con la funzione a scatti finchè il composto avrà l’aspetto di grosse briciole.
Unire quindi il formaggio a pezzi e far andare le lame per pochissimi secondi: quello che NON si vuole ottenere è una purea blu!
Rovesciare il composto sul piano di lavoro e lavorarlo brevemente a mano per incorporare meglio il formaggio, quindi avvolgerlo nella pellicola e metterlo in frigo mezz’ora.
Se si può, prima della cottura passarlo un attimo in freezer.
Prelevare dall’impasto dei piccoli pezzi che andranno rotolati tra i palmi a formare delle palline.
Fatele piccole, massimo due centimetri e mezzo di diametro.
Passare quindi le palline nel sesamo in modo che le ricopra completamente e cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 10 minuti, o comunque finchè ben dorate e sode.

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NOTE MIE

-Ho realizzato questi biscotti, testo alla mano, con lo spirito di chi va a cucinare a casa di una vecchia amica, della quale conosci tutti i pregi e i pochi difetti. Mr Shaun, a mio avviso, è un eccellente maestro, ma devi rubargli il mestiere con gli occhi. Quello che non ti dice è lasciato, come sempre al tuo senso pratico.

-Al posto del robot, onestamente, ho preferito le mani. La mia versione è gluten free, perciò se anche voi deciderete per questa strada, indossate anche dei guanti e siate velocissimi a lavorare l’impasto.

-Tenete il burro in frigo fino a quando non dovrete utilizzarlo, e possibilmente già a cubetti molto piccoli.

-piccoli devono essere anche i biscotti,per una cottura uniforme ed una maggior croccantezza.

-il mio forno ha allungato il tempo di cottura (strano, con Shaun non succede di solito).

-avrete capito che la ricetta è PROMOSSA!

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