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Avventure di una mamma blogger


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Cocco e banane for ever

Adesso mi bacchetterete.

Sembrerà che io stia tradendo le mie convinzioni ecologiste ultimamente con tutti questi frutti esotici che sarebbe meglio restassero dove sono nati. Oggi cocco (sebbene sia uno yogurt) e banane (sebbene sulla via della decomposizione).

Forse ho solo incontrato il mio lato tollerante, e non è niente male.

E per nulla al mondo terrei la scoperta solo per me, perciò vado subito al dunque e vi lascio questa ricettina semplice e gustosa, ispirata a Nigella col suo Caribbean Cream, ma meno sofisticata e più digeribile.

Banane con crema al cocco

Ingredienti per 2 ciotole

100 ml di yogurt al cocco

100 ml di panna vegetale da montare

1 banana matura

zucchero muscovado ql

Montate la panna con lo yogurt; affettate la banana a rotelle e disponetene alcune in un paio di ciotole. Versate sopra la vostra crema e terminate con qualche cucchiaino di zucchero muscovado. Lasciate in frigo per qualche ora prima di servire. Ottimo servito a fine pasto, saltando la frutta.


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Zaalouk ovvero melanzane in vacanza

In principio non serviva a molto

La melanzana non godeva di una buona reputazione, lo dice la parola stessa. Ma anche per questo ortaggio può valere la teoria dell’anguria, teoria che, peraltro andrebbe applicata in molti campi, non solo quelli verdi.

Superato il test, la melanzana è entrata a buon diritto nelle cucine europee, anche nella mia, più locale. Oggi l’ho usata per questa “insalata”, lo Zaalouk di spezie, quasi una crema di melanzane insaporita da erbette e polveri che regalano un tocco orientale, che sembra di stare a Marrakech. Per caso ho detto vacanza? Non mi pare, ho scritto Marrakech, mica Maldive…però, ora che ci penso, per una vacanza sempre a portata di mano si potrebbe applicare tutto l’anno la “Pomodoro Technique“, no tranquilli, non c’entra l’ortaggio, c’entra il genio italico con cui la tecnica è stata messa a punto ed il pomodoro è solo la forma del timer del suo inventore, che negli anni 80 proponeva un break

intermittente di 5 minuti ogni 25 di lavoro, insomma una vacanza diluita per ogni giorno della settimana, che poi potrebbe essere adattata alle proprie esigenze: per dire 25 minuti di niente e 5 minuti di full immersion . Da provare, vero? Non prima di aver messo le melanzane ad arrostire, perché lo zaalouk non si prepara da solo, non ancora. Per tutto il resto c’è tutto il tempo del mondo.

Zaalouk di spezie

1 melanzana da 500 g

15 g di polpa di limone

10 olive nere denocciolate

paprika dolce qb

semi di cumino ql

1/2 spicchio d’aglio

foglie di menta

sale e pepe

  1. Arrostite le vostre melanzane (sulla brace sarebbe il modo migliore). Nel frattempo pelate il limone, prelevate due cubetti di polpa, tritate la menta e l’aglio, dopo averlo sbucciato, e sminuzzate le olive.

2. Quando le melanzane saranno pronte (e nel frattempo avrete fatto la vostra mezz’ora di vacanza) tagliatele per il lato lungo, sbucciatele e schiacciatele con una forchetta.

3. Aggiungete le spezie ed il resto degli ingredienti, mescolate e formate le porzioni con un coppapasta. Regolate di sale, condite con del buon olio extravergine di oliva e servite con del pane casereccio.

Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza (L. Tolstoj)


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Coconut fudge con tre ingredienti

Cosa avete da farvi perdonare oggi? Niente paura, questi dolcetti al cocco vi otterranno ogni richiesta…ma di cosa si tratta esattamente? Per essere brevi, questa ricetta è la risposta “americana” ad un più indiano burfi perché approfitta della versatilità del latte condensato per rievocare i profumi di una lontana regione indiana e del suo Kopra-Pak. Lei, l’inventrice, è Meera Sodha e scrive per il The Guardian. Invece lei è la furbissima Stefania, fonte di tante furbate.

Americanata per americanata, prima di illustrarvi la ricetta, vorrei condividere un pensiero della senatrice (americana, appunto), Elizabeth Warren, in corsa fino a pochi mesi fa come “vice” del candidato Presidente Biden…

Conserva un po’ di spazio nel tuo cuore per l’improbabile.

Non te ne pentirai.

Cosa mi piace di questo augurio? Intanto la sua collocazione, cioè il cuore e non la mente. Questa collocazione racconta molto. Libera l’imprevisto da ogni calcolo e razionalità e lo veste di sorpresa, di stupore. E già, chi ha detto che l’improbabile, anche se ci scoraggia perché rompe una routine, debba necessariamente essere qualcosa da evitare?

Lo so, ci vuole coraggio a farsi scuotere come un albero da frutto, ci vuole coraggio a guardare le cose da un’altra prospettiva, ma volete davvero vivere con le vostre convinzioni senza gustare il sapore della novità?

Va bene così, ma almeno preparate questi coconut fudge, non sia mai che il cardamomo riesca a convincervi del contrario.

Coconut fudge

Ingredienti per 25 pezzi circa

  • 80g di farina di cocco e altri 40 g per la copertura
  • un tubetto di condensato zuccherato da 170 g
  • 1/2 cucchiaino di cardamomo in polvere (meglio se macinato fresco)
  1. Mettete il latte condensato in un pentolino, meglio se antiaderente, e cuocerlo su fuoco medio/basso mescolando spesso in modo che non si attacchi al fondo. (Va bene se caramella un poco, ma attenzione che non bruci).
  2. Quando arriva a leggera ebollizione versate la farina di cocco ed il cardamomo mescolando bene.Continuate a cuocere il composto per circa 4 minuti, finché il tutto starà insieme staccandosi dalle pareti della pentola.
    Per testare la cottura prelevate un pezzetto di impasto con un cucchiaio, fatelo raffreddare un poco e rotolatelo tra i palmi a formare una pallina.Se mantiene la forma, è pronto.
  3. Togliete quindi il tutto dal fuoco ed aspettate che sia maneggiabile, quindi formate tutte le palline (da circa 3 cm di diametro, oppure più piccoline come le mie).
    Rotolatele quindi nel resto del cocco e servite a temperatura ambiente o fredde in estate. Conservatele in una scatola ermetica in frigo.


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Pasticciotti senza glutine al cocco

Quando voglio bene a qualcuno, io cucino. Non importa se potrà sedersi alla stessa mia tavola, ma condividere una ricetta, soprattutto una ricetta per esigenze speciali, è già un punto di arrivo.

Quanto può essere mortificante non poter gustare un prodotto tipico di una tradizione locale per motivi legati ad intolleranze alimentari o a particolari condizioni che ne limitano l’assunzione? Solo chi ci passa attraverso, può saperlo. Noialtri possiamo solo immaginarlo.

Per questi e per tanti altri motivi stamattina mi sono chiusa in cucina, un po’ per non pensare, un po’ per pensare meglio e ho realizzato questi pasticciotti con una frolla senza glutine ed una crema al cocco senza lattosio e pochi zuccheri. Resta pur sempre un piccolo peccato di gola, ma davvero minuscolo, visto che gli stampi che avevo a disposizione erano proprio mignon.

D’altra parte, le cose buone andrebbero gustate a poco a poco, altrimenti se ne fa indigestione e si finisce per dare la colpa a chi colpa non ha.

Vi ho parlato abbondantemente del pasticciotto leccese in occasione della giornata nazionale dedicatagli dal Calendario del cibo italiano; fu una bellissima esperienza intervistare gli Eredi Ascalone di Galatina.

La mia ricetta è adattata a quella galatinese per ovvi motivi, ma la bontà di questi pasticciotti è indiscutibile, come la loro bruttezza 😉

Pasticciotti senza glutine al cocco

Ingredienti per 5 pasticciotti piccoli

  • per la frolla senza glutine

135 g di mix senza glutine

65 g di zucchero semolato

buccia di mezzo limone

90 g di burro (tradizionalmente strutto)

1 tuorlo (tenete da parte gli albumi)

zucchero a velo per servire

  • crema a cocco (quantità abbondante)

200 ml di latte di cocco

1 tuorlo

3 cucchiai di zucchero

3 cucchiai di farona di cocco

buccia di mezzo limone

  1. Lavorate velocemente gli ingredienti per la frolla e fatela riposare mezz’ora in frigo. La frolla senza glutine è più appiccicosa, se non siete abituati dovrete usare dei guanti e un po’ di pazienza in più.
  2. In un pentolino, su fiamma bassa, lavorate il tuorlo con lo zucchero, poi versate il latte di cocco, la buccia di limone e poco a poco anche la farina di cocco, che farà addensare la crema. Lavorate almeno dieci minuti, senza far attaccare la crema al fondo. Prima di utilizzare la crema nel ripieno, lasciate intiepidire.
  3. Foderate gli stampi con carta da forno, stendete i pezzi di frolla e accomodateli delicatamente negli stampi (è possibile che la frolla si strappi ma potrete ricomporla una volta messa nello stampo).
  4. Forate il fondo coi rebbi di una forchetta e farcite con un po’ di crema. Ricoprite con un altro strato di frolla, facendo coincidere i margini superiore ed inferiore.
  5. Spennellate la superficie dei pasticciotti ancora crudi con l’albume messo da parte ed infornate a 180 °C per circa 25 minuti.
  6. Servite con dello zucchero a velo e scaglie di cocco essiccato.


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Riso rosso con mafé di vitello rivisitato per MTChallenge Taste the world

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Questo nuovo progetto targato Mtchallenge Taste the world prevede che la Comunity si cimenti in due prove. Nella prima vi abbiamo raccontato il riso rosso della cucina Gullah come lo ha efficacemente descritto Toni Tipton-Martin in Jubilee e lo abbiamo fatto in maniera pedissequa, alla lettera.

In questa seconda prova, a partire da quel riso rosso, che è l’evidenza di una integrazione costruita pian piano nel tempo, dall’incontro di due culture profondamente diverse, abbiamo licenza di creatività e ciascuno di noi vi proporrà una ricetta nuova, o meglio dire rinnovata, rivisitata, ed innestata sull’unica radice del riso a grano lungo imbevuto di pomodoro americano, un matrimonio perfettamente riuscito.

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  • Come nasce questa ricetta? (che poi è un po’ come chiedere: come nasce un amore?)

Nasce dal desiderio di contaminare il riso rosso Afroamericano dei Gullah con un piatto Africano attuale e, possibilmente, anche “a prova di Italiano”…l’occasione mi si è offerta sfogliando una breve raccolta di 17 ricette africane provenienti da sette Paesi diversi, raccontate da chi da quei Paesi è venuto fino in Italia e le ha volute condividere con i nuovi ospiti, a cui sono state rese fattibili e affrontabili, con vero spirito di condivisione e generosità (L’Africa nel Piatto, ed. Dell’Arco).

La scelta è caduta sul Senegal, sulla costa d’Africa Occidentale, zona di probabile provenienza degli antenati dei Gullah, al confine col Gambia. Si tratta di un piatto molto speziato a base di carne di vitello, che solitamente si accompagna con riso thailandese cotto con tecnica pilaf e lasciato in bianco.

Nel nostro caso, però, il riso è rosso, proprio come ci insegna la cucina Gullah e fa da vero companatico a questo mafè, un po’ spezzatino, un po’ stufato, e vi accorgerete presto perché lo descriva così.

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Per me è stata una scelta di gusto, colore e profumi attraverso cui invito a tavola gli Italiani, i Senegalesi e i Gullah- GeeChee in una convivialità ritrovata grazie alla cucina, quella dell’Mtchallenge.

La storia purtroppo la scrive sempre chi vince, 

invece le ricette possiamo realizzarle 

dopo che ci sono cresciute nel cuore.
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Riso rosso con mafé di vitello rivisitato

Ingredienti (compresi gli ingredienti per il nokoss)

  • 400 g di vitello (taglio gallinella molto tenero)
  • un cucchiaio di farina di cocco (la versione originale prevede radice di tapioca)
  • un peperoncino
  • una cipolla bianca
  • 2 spicchi d’aglio
  • 2 patate
  • 1 prugna (la versione originale prevede patate dolci)
  • 2 carote
  • olio di girasole
  • pasta di arachidi
  • 4 cucchiai di conserva di pomodoro fatta in casa
  • dado granulare
  • pepe nero in grani
  • peperoncini secchi Cannamela
  • alloro
  • riso rosso
  • acqua

Preparazione circa due ore

  1. In una casseruola ampia versate una buona quantità di olio e fate friggere la carne, tagliata come per uno spezzatino, fino a he si sarà dorata. Eseguite questo passaggio col coperchio, come fosse una stufatura.

Come si prepara il nokoss (condimento tipico di molti piatti senegalesi)

  • Fate un battuto d’aglio e pepe in grani, del dado granulare, una presa di sale, peperoncini secchi (io ne ho messo solo uno perché devo evitare le spezie per un paio di mesi) e metà della cipolla bianca. Tenete da parte.

2. Mentre continua la doratura della carne (almeno trenta minuti), iniziate ad affettare mezza cipolla e aggiungetela alla casseruola.  Aggiungete anche metà del nokoss ed un dado.

3. Amalgamate bene e aggiungete la conserva di pomodoro con un po’ d’acqua (100 ml). Fate cuocere altri 10 minuti, poi aggiungete un buon litro d’acqua, l’alloro e regolate di sale, riportando a bollore. A questo punto si può aggiungere la pasta di arachidi*, fino a 300 g. (*tenete a mente che questo ingrediente è molto allergenico, assicuratevi che tra i commensali, possano mangiarlo tutti).

4. Aggiungete il resto del nokoss, le carote, la farina di cocco (oppure la radice di manioca) ed il peperoncino (che io ho dovuto omettere) interi.

5. Dopo altri 10 minuti, a fuoco medio e bollore, aggiungete le patate e la prugna, a pezzi. Chiudete col coperchio, lasciate bollire a fuoco medio per altri tre quarti d’ora, per ridurre ed addensare  il tutto. Bisogna ottenere una crema grossolana.

6. Quando il mafé è sul punto di giungere a cottura, preparate il riso; in questo caso è un riso rosso, per i motivi spiegati sopra che potete preparare come ho fatto io, ma in questo caso ho omesso la pancetta. Come varietà di riso è suggerita quella thailandese, ma va benissimo  anche il basmati, la cosa importante è che sia a grano lungo.

7.Sistemate il riso in un piatto da portata e distribuite sopra il mafé, posizionatelo poi al centro della tavola. É bello mangiare dallo stesso piatto.

English recipe version

Ingredients (including ingredients for nokoss)

400 g ofcalf meat (very tender cut)

1tbs of coconut flour (the original version includes tapioca root)

1 chilli pepper

1 white onion

2 garlic cloves

2 potatoes

1 plum (the original version includes sweet potatoes)

2 carrots

sunflower oil

peanut paste

4 tablespoons of homemade tomato sauce

granular nut “Maggi”

black peppercorns

Cannamela dried chillies

laurel

red rice

water

Preparation (time: about 2 hours)

1.In a large saucepan, pour a good quantity of oil and fry the meat, cut as for a stew, until it is golden brown. Cover with the lid, as if it were stewing.

  • How to prepare the”nokoss” (a condiment typical of many Senegalese dishes)

Mix garlic and peppercorns, granular nut, a pinch of salt, dried chillies (I only put one because I have to avoid spices for a couple of months) and half of the white onion. Keep it aside.

  1. While the meat is still browning (at least thirty minutes), start dicing half an onion and add it to the saucepan. Also add half of the nokoss and some granular nut.
  1. Mix well and add the tomato preserve with a little water (100 ml). Cook for 10 minutes, then add a good liter of water, the bay leaf and season with salt, bringing to the boil again. Now you can add peanut paste *, up to 300 g. (* keep in mind that this ingredient is very allergenic, make sure that all the diners can eat it).
  1. Add the rest of the nokoss, the carrots, the coconut flour (or the cassava root) and the chilli pepper (which I had to omit) whole.
  1. 10 minutes late, over medium heat and boil, add the potatoes and plum, in pieces. Cover with the lid, let it boil over medium heat for another three quarters of an hour, to reduce and thicken everything. You need to get a coarse cream.
  1. When the mafé is about to cook, prepare the rice; in this case it is a red rice, for the reasons explained above that you can prepare as I did, but in this case I omitted the bacon. Thai rice is suggested as a variety of rice, but basmati is also very good, the important thing is that it is long-grain.

7. Place the rice on a serving plate and spread over the mafé, then place it in the center of the table. It’s nice to eat from the same plate.

Note a margine

É sempre difficile intervenire su un piatto tradizionale, c’è la paura di rovinare tutto.

Ma un progetto è un progetto, l’indagine va condotta. In questo piatto ho cercato solo di capire come potevo valorizzarlo.

La farina di cocco al posto della manioca e le prugne al posto delle patate dolci, non sono state scelte casuali. Le ho pensate, soppesate, e sono rimasta piacevolmente sorpresa del risultato.

Note acidule perfettamente bilanciate, un piccante come nota di fondo, che arriva sempre dopo, a sigillo, quasi, di un gusto ritrovato.

La crema grossolana che si forma, anche se in foto ho evitato di cospargerla sulla carne, in realtà è una goduria. L’ho usata anche il giorno dopo per condire la pasta.

Come accennavo più sopra, questo piatto nasce col riso pilaf in bianco, ma creatività per creatività, il nostro riso rosso non solo da colore, ma aggiunge gusto e si sposa benissimo con tutto il resto.

Ho mantenuto la conserva di pomodoro anche nella cottura della carne, ma vi dirò che avevo avuto l’idea di usare del ketchup. Forse la prossima volta lo farò.

Un’ultima osservazione è sull’uso del “dado”. I Senegalesi fanno un uso davvero abbondante di questo prodotto, in particolare c’è un’Azienda che è per loro sinonimo di dado, quella e solo quella, che realizza per questo Paese un prodotto specifico, commercializzato solo lì. L’azienda ha un nome Italiano, ma questo post non è un post pubblicizzato, perciò per conoscere il marchio, chiedetemelo in privato o, al limite, nei commenti.

Che dire? Se non che questa indagine è stata appagante e molto arricchente, almeno per me.

Parliamone pure, qui o altrove.

Vi lascio una poesia di Leopold Senghor, Presidente della Repubblica Senegalese…ma anche poeta.

MASCHERA NEGRA
A Pablo Picasso

Lei dorme, riposa sul candore della sabbia.
Koumba Tam dorme. Una palma verde vela la febbre dei capelli, color
di rame la fronte curva.
Le palpebre chiuse,coppa duplice e sorgenti sigillate.
Questa falce sottile di luna, questo labbro più nero e appena tumido,
dov’è il sorriso della donna complice?
Le patene delle gote, il disegno del mento, cantano l’accordo muto.
Viso di maschera chiuso all’effimero, senza occhi, senza materia.
Testa di bronzo perfetta con la patina del tempo
Che non imbrattano belletti né rossetti, né rughe, né tracce di lacrime
o di baci.
O viso tale come Dio t’ha creato prima della memoria stessa dell’età.
Viso dell’alba del mondo, non ti aprire come una gola tenera per
commuovere la mia carne.
Io ti adoro, o Bellezza, con il mio occhio monocorde!


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Il riso “rosso” per Mtchallenge Taste the World

 

riso rosso

Come by Here, my Lord è quasi un salmo che oggi si colora con le tinte forti di un popolo venuto da lontano, nel tempo e nella geografia, riaffiorando sulle labbra con una lingua che ha il sapore di casa e diventa Kumbaya, la lingua dei Gullah- Gee chee.

Con la ripresa del MTChallenge, parte un nuovo progetto, che porterà la Community a riscoprire le #minoranze etniche, andando a trovarle nella loro cucina, nella convinzione che la cultura passa da lì.

I Gullah- Gee Chee sono i diretti discenti dei primi schiavi Africani deportati in America oltre quattro secoli fa. Liberati dai Nordisti durante la Guerra di secessione, in quanto abbandonati dai padroni.

Il destino che attende i Gullah-Geechee è un destino già scritto, nel DNA di questa comunità. E’ un destino fondato sulla consapevolezza che i due secoli di schiavitù non hanno intaccato il loro senso di appartenenza, rinforzando semmai la loro cultura. (Alessandra Gennaro)

Ne parliamo perché sono stati i primi a intravedere la possibilità di coltivare il riso in America, in quella zona dal clima subtropicale del South Carolina dove erano stati “ripiantati”. La loro sapienza, la loro pazienza, hanno permesso a questo cereale di vivere una seconda volta in una terra nuova.

Le risaie, prima di essere la culla dell’alimento principale di oltre la metà della popolazione mondiale, sono una delle dimostrazioni più eloquenti del rapporto tra coltura e cultura: fare spazio a un cereale proveniente dall’estremo oriente, modellare la pianura anno dopo anno, progettare una rete di canali e di fossi e ripartire il terreno in “camere”, come se i campi fossero il disegno a cielo aperto della pianta di una casa in costruzione, con le paratie e le chiuse al posto degli usci… Tutto questo richiede l’assunzione di un preciso modo di pensare e di porsi in rapporto alla terra, all’acqua e agli altri, non fosse che per coordinare il momento cruciale in cui il terreno seminato viene ricoperto da un velo e diviene terra d’acqua. (Enzo Bianchi, L’uomo che nasce da un chicco di riso)

 

Il pomodoro indica l’integrazione, la volontà di incontrare l’America, l’apertura all’uomo bianco, antico padrone, oggi fratello.

Personalmente di questa ricetta ho amato prima il profumo, dato da un inconfondibile match aromatico tra cipolla, aglio e alloro.

Si tratta della versione di Toni Tipton- Martin  in Jubilee e la Community ha avuto l’onore di reinterpretarla pedissequamente e riproporvela, ognuno dalla propria cucina. Gli ingredienti sono davvero a portata, li avrete certamente in dispensa anche voi.

Unico problema può esser il bacon, ma andate pure di pancetta, come hanno fatto molte di noi. Questa prova anticipa di qualche giorno la ricetta creativa, con la quale spero di incuriosirvi, perciò vi aspetto qui o sul sito, rinnovato dell’MTChalenge.

Stay tuned!

 

riso rosso 2

Red rice da Jubilee

Ingredienti

  • 3 fette di bacon a cubetti o 3 cucchiai di burro (per me pancetta ma anche burro)
  • mezza cipolla tritata
  • 1 spicchio d’aglio tritato
  • 1 tazza di riso Basmati (225 g)
  • 180 g di passata di pomodoro (per me quella fatta in casa)
  • 1 cucchiaino di zucchero
  • 1 cucchiaino di sale
  • ½ cucchiaino di pepe nero
  • 1 foglia di alloro
  • 470 ml di brodo di pollo o acqua (io ho utilizzato solo acqua)

Preparazione

  1. Fate andare il burro e la pancetta (o il bacon) fino a fondere l’uno e render croccante l’altra.
  2. Aggiungete la cipolla e fatela cuocere nel grasso, fino a quando sarà traslucida (2-3 minuti).
  3. Aggiungete l’aglio e proseguite la cottura per un minuto circa. Unite poi il riso e cuocetelo, mescolando, fino a quando i chicchi perderanno la loro trasparenza. Unite quindi tutti gli altri ingredienti e portate a bollore, a fiamma alta.
  4. Abbassate la fiamma, mettete il coperchio e proseguite la cottura per 20-25 minuti, mescolando di tanto in tanto. Quando il riso è cotto, spegnete il fuoco e fate riposare per 5 minuti, sempre coperto. Dopodiché, eliminate la foglia di alloro e sgranate il riso con una forchetta, prima di rovesciarlo nel piatto da portata. (n.b. se usate un coperchio di vetro, potrete controllare la cottura senza scoperchiare, anche se questa cottura pilaf non è proprio quella originale e non succederebbe nulla, anzi date una bella mescolata!)
  5. Regolate di sale e pepe e , se avete usato il bacon, guarnitelo con i cubetti tenuti da parte.

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Un po’ di me…

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Il mio pezzo d’Africa ce l’ho vicino casa, presso la Comunità Comboniana di Cavallino.

Innanzitutto è uno spazio che accoglie chiunque voglia riconciliarsi con la natura, essendo una vera e propria nicchia ecologica dove crescono rigogliose varie specie botaniche, come alloro e timo, agrumeti, querce vallonee, eucalipti.

La costruzione che vedete alle mie spalle è ad uso didattico dei Padri Comboniani. Non si può accedere senza un permesso al loro interno. Ho voluto fare uno scatto per darvi l’idea.

Voi avete il vostro pezzo d’Africa?

 

 

 


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Non le solite polpette

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Le ricette di polpette si sprecano. Spesso nelle polpette ci mettiamo ingredienti in avanzo, da consumare. Se invece mettessimo, tra gli altri, un ingrediente insolito, per ravvivare una monotonia del gusto cui talvolta siamo assuefatti?

Nascono così le polpette di oggi, con un ingrediente, la marmellata di albicocche, che vi stupirà piacevolmente. Le albicocche, quest’anno, ci hanno regalato soddisfazione con una produzione sufficiente, a dispetto del meno generoso gelso, chissà perché!

Non è originalissima, in quanto a ricetta.

Avevo già provato qualcosa del genere con un altro tipo di marmellata. L’originalità sta nel fatto che queste polpette non sono le solite, queste polpette sono le mie, e, volendo fare un Viaggio nei Sapori, le ho preparate per il Contest dell’AssociazioneItaliana Foodblogger.

Per non sbagliare abbinamenti, ho utilizzato un tool offerto dal web, il foodpairing. Selezionando i vostri ingredienti, questo tool vi darà un’anteprima sul loro match aromatico, cioè su quanto stanno bene insieme, su quanto si fondono i loro aromi.

Può sembrare innaturale, invece le combinazioni di gusto, come quelle caratteriali, tra persone, esistono per davvero!

Non vi resta che leggere la ricetta e, poi, provare per credere!

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Ingredienti

  • 250 g di trito di vitello
  • 75 g di marmellata di albicocche
  • 1 uovo
  • pane raffermo qb
  • 1 cucchiaino di tè matcha
  • 1 spicchio d’aglio ben tritato
  • sale qb
  • cannella in polvere ql
  • pepe nero macinato al momento

 

  1. In una ciotola capiente, disponete il trito di vitello. Aggiungete gli altri ingredienti a partire dall’uovo leggermente battuto, ed il sale.
  2. Aggiungete aglio, cannella e pepe. Successivamente aggiungete la marmellata e lavorate bene.
  3. A parte preparate un infuso di tè matcha. Il rituale prevede l’utilizzo di un frustino di bambù, il chasen, con cui mescolare la polvere di tè e l’acqua scaldata a circa 65°C.
  4. Una volta preparato il tè, che regalerà un po’ di note terrose, ammollateci dentro il pane raffermo. Toglietelo dopo pochi minuti, strizzatelo ed aggiungetelo nel composto di carne e marmellata. La quantità dipenderà molto dalla consistenza che vorrete raggiungere. Ne occorrerà non più di 50 g.
  5. In ultimo, la parte più divertente. Formate le polpette e predisponete per la frittura.
  6. Servite molto calde.


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Uno shortbread è per sempre

Uno shortbread è un biscotto al burro diffuso nel Regno Unito. Per non sbagliare, ho seguito una ricetta di una delle autrici Inglesi più amata, la signora Henry. Dal suo libro cult How to eat a peach ho scelto di realizzare un Rose Shortbread con la variante sulla granella, optando per una più decisa nocciola. Ma, se volete esser più bravi di me, utilizzate il pistacchio, darete anche una nota verde al vostro piatto, verde pistacchio …
Le ricette riuscite sono come le famiglie felici, ognuna felice a modo suo. Ma non voglio parlare di felicità, annoiandovi, voglio solo rendervi felici con un biscotto.

Un’altra caratteristica di questo shortbread è la sua rotondità, un po’ oblunga ma funzionale, perché si può mangiucchiare un pezzetto alla volta, dipende dalla fame.
Sulle rose, la signora Henry non ha specificato granché. Addirittura, sarebbero opzionali. A me sembra che invece sia quel particolare che fa la differenza, ma non diciamolo a nessuno, gli attaccabrighe potrebbero essere in ascolto.

Potrei concludere citando qualche poeta inglese della prima generazione, ma siccome parlavo anche di rose, questa bellezza della natura inglese non è per origine.
Chiedetelo ai Crociati, dove le abbiano trovate.
Perciò le rose appartengono a tutti, come la poesia.
Cito qualcun altro.

Se amate le rose, dovete rispettare le spine.

Uno shortbread è per sempre

Ingredienti
• 185 g di burro ammorbidito
• 75 g di zucchero a velo
• un pizzico di sale
• buccia grattugiata di un limone non trattato
• 175 g di farina (la mia versione in realtà è con quella senza glutine)
• 75 g di amido di mais
• 1 cucchiaino di acqua di rose
• 1 uovo
• 50 g di granella di pistacchio (per me nocciole)
• petali di rose canditi (anche no)

1. Rendete cremoso il burro, lavorandolo con lo zucchero, poi unite sale e buccia di limone. Aggiungete nella planetaria la farina un po’ alla volta, l’amido di mais e l’acqua di rose.
2. Trasferite l’impasto su un piano di lavoro infarinato e formate un cilindro con un diametro di 6 cm (per me 5 cm). Inzuppate nell’uovo e ripassate nella vostra granella, di pistacchio o nocciole.
3. Avvolgete in pellicola e fate riposare in frigo per un’ora.
4. Scaldate il forno a 180 °C, affettate il vostro impasto in rondelle di mezzo centimetro di spessore (non di più) trasferiteli su una teglia da forno foderata ed infornate. Tempo di cottura max 15 minuti.
5. Fate raffreddare per 10 minuti manovrando con cura, perché potrebbero rompersi.
6. Spolverate di zucchero e rose candite e servite.


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Orange campari pops per il club del 27

Con la ricetta di oggi torniamo al consueto appuntamento con Il club del 27 anche se, eccezionalmente, abbiamo deciso di pubblicare con due giorni di ritardo, per raggiungervi proprio tutti.

Con questa semplicissima ricetta apriamo anche la stagione estiva, vacanziera e spensierata.

Procuratevi del Campari e delle arance (o meglio del succo d’arancia), degli stampini per ghiaccioli, anche realizzati artigianalmente. In questo ultimo caso andranno bene anche dei bicchierelli, e, se siete sprovvisti degli stecchi di legno, siate creativi con ciò che trovate in casa (cannucce, cucchiaini o stuzzicadenti per aperitivi faranno al caso vostro).

La fantasia è la pazza di casa. cit

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Io approfitto dell’occasione per presentarvi il drago Roberto.

É un racconto brevissimo e poco riuscito , nato sotto l’ombrellone. Avrebbe dovuto realizzarlo mio figlio, ma poi indovinate come è andata a finire?

“Mamma, io vado a giocare in acqua, il racconto puoi scriverlo tu?”.

La ricetta la troverete dopo il racconto.

Buona Estate.

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Il drago Roberto, che in un tempo molto lontano

aveva sempre fatto bene il suo lavoro

di sputare fuoco,

un bel giorno si convertì,

ebbe rimorso per tutte le foreste che aveva devastato,

per le principesse che aveva rapito

e segregato nelle torri del paese di Focù,

per i bambini a cui aveva bruciato i giochi

e lasciato in ricordo tanto fumo negli occhi.

E così, satollo delle sue opere nefaste,

iniziò una CURA,

messa a punto su misura per lui

dalla fata Miranda.

La terapia, tutto sommato, non era così malvagia,

e consisteva nell’ingurgitare quotidianamente

tanti ghiaccioli quanti il suo pancione riusciva a contenere…

ma il drago Roberto non sapeva

quale sarebbe stato l’epilogo

di questa storia, e così, ghiacciolo dopo ghiacciolo,

il drago divenne sempre più piccolo,

sempre più impalpabile

e finì col diventare la decorazione

della collezione di porcellane giapponesi di Miranda.

Tutto sommato fu una buona morte per una vita così “infuocata”.

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Campari Orange Pops (ricetta tratta da Women’s Weekly Food)

-150 ml di Campari Mix

225 ml di succo d’arance

-85 g di sciroppo di zucchero

Per lo sciroppo:

-250 g di zucchero semolato

-250 g di acqua bollita

 

  1. Mescolate bene tutto, riempite i vostri stampini e congelate per una notte.
  2. Per fare lo sciroppo allo zucchero, unite in parti uguali acqua e zucchero e mescolate su fiamma bassa fino a quando lo zucchero si dissolverà.

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“Questanottedame” remix al mascarpone

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“Questanottedame” è la ricetta di Anna Maria Pellegrino che mi ha fatto decidere di rimanere su questi schermi, e approfondire come nasca una ricetta.

La mia versione, più easy e green, nasce dalla creatività di questi ultimi giorni e vuol essere solo un simpatico segno di riconoscenza ad una donna che continua ad ispirarmi.

Uno zabaione salato al mascarpone, che potrete gustare su foglie di lattuga, alla maniera dei futuristi, senza le stoviglie e senza ungervi neppure troppo le mani.

È solo uno snack proteico, un abbraccio salino, non vi ammazzerà il giro-vita!

Ve lo suggerisco come spuntino notturno, se c’è una luce che vi tenga ancora svegli (potrebbe esser la luce interna del frigorifero o quella interiore di qualcuno dall’altra parte dell’universo che si gioca il momento più rilassante della giornata, passando a salutarvi).

Se rientro nelle scadenze, vorrei partecipare anche al Contest #tiramisùworldcup su IG @tiramisuworldcup che ringrazio per la bella occasione.

Forse una ricetta nasce così, dalle occasioni che acchiappiamo al volo.

Fosse lo stesso pure per gli amori …

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Per due persone

  • 3 tuorli d’uovo
  • 50 g di mascarpone
  • 10 ml di succo d’arancia
  • 30 ml di vino bianco fermo
  • foglie di lattuga (i cuori)
  • capperi in salamoia
  • 1 goccia di salsa di soia
  • paprika dolce per spolverare (facoltativo)
  • sale qb

 

  1. In una pentola scaldate un po’ di acqua, appoggiate una bastardella o una ciotola e montate i tuorli con la frusta e con un pizzico di sale, a fuoco molto basso e facendo attenzione che l’acqua non arrivi al bollore.
  2. Unire il mascarpone, continuando a montare i tuorli e una volta assorbito unire i liquidi a filo, con le gocce di salsa di soia, continuando a montare energicamente fino a quando la crema comincerà ad addensarsi. Potreste velocizzare con un cucchiaino di amido di mais).
  3. Servite con foglie di lattuga, capperi e paprika dolce in polvere.