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Avventure di una mamma blogger


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Cupeta, ed è subito festa.

Quello di cui abbiamo più bisogno, in questo momento storico, è senza dubbio un po’ di leggerezza, che non è superficialità, ma consapevolezza di come stanno realmente le cose e nonostante ciò avere il coraggio di planarci su, come farebbe una befana il sei di gennaio col sacco pieno di carbone nell’intento di atterrare nei pressi di un improbabile presepe che ha fatto il suo tempo.

Leggerezza è indossare una goffaggine che non ci appartiene ma che a volte è l’unica via di uscita da se stessi, per non prendersi troppo sul serio.

Leggerezza, poi, è anche incoscienza, quella che ti porta in cucina una domenica pomeriggio perché hai voglia di cupeta e la cupeta non c’è, ha disertato tutte le feste patronali limitrofe su territorio salentino.

E adesso che si fa? Come si andrà avanti, senza cupeta?

Una lunga storia di dolcezza non può finire così! E’ dal lontano 1287 che si hanno notizie di questa “conserva dolce”, come suggerisce il nome arabo qubbayt (avevate dubbi che c’entrassero gli arabi? io no…).

Durante il banchetto nuziale di Bona Sforza e Sigismondo I di Polonia (1517) la cupeta fu la regina dei dolci tradizionali offerti agli invitati.

Lo spettacolo deve continuare, siete d’accordo?

Allora, procuratevi una lastra di marmo (no, niente paura, non dovrete sbatterci la testa) e seguitemi in cucina.

Cupeta

da Cucina Salentina di Maria Lazari

Ingredienti

500 g di mandorle

500 g di zucchero

1/2 bustina di vanillina

Preparazione

Sgusciare, privare della pellicina le mandorle e tritarle grossolanamente. Aggiungere la vaniglia. Mettere in una pentola lo zucchero e farlo fondere a fuoco bassissimo, rimestando con un cucchiaio di legno. Quando è dorato, versare le mandorle, farle amalgamare con lo zucchero, versarle su un piano di marmo unto di olio, livellare con una spatola di acciaio portando la cupeta allo spessore di mezzo centimetro. Tagliare a pezzetti quando è ancora calda, prima che indurisca.

La bellezza inebria i sensi, ma la dolcezza riscalda i cuori.

(M. Mollica Nardo)


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E per festeggiare, ho portato una zucca!

«Per l’Ognissanti
siano i grani seminati
e i frutti rincasati.
»

A rischio di essere impopolare, oggi non vi parlerò di streghe e fantasmi, o zombie…ma di tradizioni contadine racchiuse in proverbi e stili di vita semplici che scaldano il cuore mentre l’Autunno sogna piogge incessanti e giornate lunghe e buie.

Ognissanti è una festa celebrata da secoli in culture differenti che il Cattolicesimo ha poi “riunito” in una data riconosciuta da più parti, come Inghilterra, Irlanda e Germania…perciò non citerò altri continenti se non la cara vecchia Europa che come una old fashioned lady ha sempre qualcosa di buono da dire per ogni occasione…e, come si dice, chi mi ama, mi segua!

E per ricordare un famoso film cult degli anni Ottanta, Dirty Dancing, oggi mi improvviso come la protagonista ricciolina e ingenua in cui tutte ci siamo in qualche modo identificate, e vi dico che “Ho portato un cocomero”…pardon…volevo dire:

<<ho portato una Zucca>>!

Cosa vogliamo farne? Guai a voi a deturparla con armi bianche…entrate invece in cucina e portate anche degli amaretti, sto per lasciarvi una gustosa ricetta!

Crema di zucca

Dosi per 4 perone

650 g di zucca già pulita

500 ml di brodo di verdure

1 cipolla

100 ml di panna da cucina

4 amaretti senza glutine

30 g di grana grattugiato

sale e pepe

Affettate finemente la zucca e la cipolla, mettetele in una casseruola in pirex a bordi alti, aggiungete il brodo preparato in precedenza, coprite e cuocete per almeno 30 minuti.

Riducete in crema con un frullatore a immersione, aggiungete la panna, gli amaretti sbriciolati, regolate di sale e pepe.

Fate riposare per pochi minuti, unite il grana, mescolate e servite.

Baci….e IMPARATE A USARE LA ZUCCA!